È davvero colpa dei neo-eletti, per lo più giovani, per lo più scelti tramite primarie, se il Pd, alla prova delle elezioni del presidente della Repubblica, è andato in pezzi? È quanto sembra pensare Rosi Bindi, nel denunciare un eccesso di nuovismo giovanilista promosso da Bersani nel definire le liste elettorali. È una denuncia speculare a quella operata dalla ex dirigenza del partito nei confronti dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, indicati come responsabili della difficoltà a formare una maggioranza di governo dopo la non vittoria elettorale, perché incapaci, prima ancora che ostili, ad assumere responsabilità istituzionali. Non sottovaluto l’impreparazione e anche la semplice ignoranza, né la maleducazione e il cinismo di molti parlamentari vecchi e nuovi e trasversali ai partiti. Ed ha ragione Bindi a dire che per rinnovarsi occorre anche formare una nuova classe dirigente. Mi sembra tuttavia che questo tipo di denunce, e l’analisi che le sottendono, siano l’ennesima dimostrazione di quanto poco il Pd e la sua dirigenza abbiano capito che il problema stava e sta nel partito stesso. Un partito mai nato, come mi sono sentita ripetere più volte a voce, non via Twitter in questi giorni di passione da molti militanti ed elettori incontrati in dibattiti che avevano tutt’altro argomento. Da questo punto di vista, ha più ragione Marini di Bindi: il Pd non è mai riuscito ad andare al di là di un assemblaggio di pezzi di partiti, di potentati diversi. Nonostante la continua evocazione della ricchezza creata dal dialogo tra culture diverse, non c’è mai stata costruzione di una cultura politica comune, su nessuno dei temi importanti. Al contrario, le divisioni e le inconciliabilità sono rimaste le stesse. Anche i nuovi arrivati, complice l’anticostituzionale legge elettorale, sono stati scelti per lo più secondo la logica della spartizione per correnti e per “aree culturali”. Al punto che viene da chiedersi se a tenere insieme i vari pezzi non ci fosse solo l’antiberlusconismo: un collante che trova sempre nuova giustificazione nei comportamenti di chi lo provoca, ma che non è sufficiente a dare identità e motivazione a un partito e ai suoi elettori. La campagna elettorale è stata da questo punto di vista sconfortantemente esemplare: timorosa di parlare agli elettori in campo aperto, per mancanza di un programma chiaro dopo anni di solo antiberlusconismo seguiti da un anno di subalternità al governo Monti di cui non si era stati capaci di correggere le decisioni più nefaste per la tenuta dell’occupazione e dei bilanci famigliari. I famosi “otto punti” sono saltati fuori ad elezioni non vinte, dando l’idea di una pura strumentalità senza convinzione. Bersani ha certo le sue responsabilità. Ma altrettante ne ha l’intera dirigenza: tanto pronti a combattersi e a bloccarsi vicendevolmente quando sono in ballo questioni di poltrone o temi identitari di corrente, pardon culture finanziamenti alla scuola cattolica, fine vita, unioni omosessuali e simili , tanto indifferenti di fronte alla pericolosa deriva di un partito che aveva perso contatto sia con il paese sia con gran parte del suo elettorato. Non c’è da stupirsi che quando il collante antiberlusconiano è stato esplicitamente depotenziato in una ricerca di “ampi consensi” e “larghe intese”, che privilegiavano come partner proprio il “nemico”, la fragile intesa su cui il partito si reggeva è andata in frantumi e ognuno per sé. Non sono neppure riusciti a spiegare perché “non potevano” votare Rodotà, nonostante la sua lunga storia di sinistra e il suo cursus honorum istituzionale. Il fatto è che Rodotà era ed è “divisivo” non solo, come Prodi, rispetto alle larghe intese con il Pdl. È divisivo anche entro il Pd. Perché profondamente laico e perché la sua laicità, come tutta la sua difesa dei diritti, non è solo frutto di un orientamento culturale, ma è radicata nella sua rigorosa interpretazione della Costituzione. Perché, in nome della Costituzione, difende i beni comuni anche in contrasto con le scelte di diverse amministrazioni locali di sinistra. Perché difende le ragioni di chi a Bologna vuole rivedere l’accordo, a suo tempo sostenuto dal governo di Prodi, per cui si finanziano le scuole paritarie di fatto confessionali anche a scapito, oltre che della norma costituzionale, delle risorse disponibili per la scuola pubblica. Il Pd non poteva votarlo, non tanto perché lo aveva candidato prima Grillo, ma perché Rodotà ha una visione della sinistra in radicale antitesi con pezzi importanti del Pd e del suo elettorato, cui si contrappongono altri pezzi altrettanto importanti. Non essere stati capaci di scegliere in questi anni per quale idea di politica di sinistra si doveva lavorare, pur con tutte le mediazioni necessarie, e tanto meno di spiegarla al paese, ha portato il Pd alla resa finale e a rivolgersi di nuovo a Napolitano. Altro che impreparazione e disobbedienza di giovani neofiti preoccupati di perdere amici su Twitter o Facebook. Vecchi e navigati politici distruttivi non trovano altra soluzione che affidarsi di nuovo a chi li aveva tratti d’impaccio un anno e mezzo fa, questa volta d’accordo con l’arcinemico.
L’ANTIBERLUSCONISMO NON È PIÙ SUFFICIENTE Chiara Saraceno . | Triskel182.