The Polls Are Open | The Digital Lightroom

Per chi volesse votare per la mia foto “BLAZING”, o per quella di qualcun altro :) questo è link   The Polls Are Open | The Digital Lightroom.

The Polls are open

These are the 10 shortlisted pictures in the DLR Still Life Photography Competition once again. The response has been brilliant. It just gets better and better and harder and harder to choose just 10 images from all those entered. You now have the even tougher job to choose just one image from the 10 excellent photographs listed below.

A quick note, this competition was started because we wanted to celebrate the excellent photography we see on a daily basis here at WordPress. We didn’t want the competition to be about the blog or the blogger, a popularity contest in other words. We want the competition to be purely about the photographs and we hope that you will vote with this ideal in mind.

The Photographs are listed in no particular order, post your vote carefully.

 

L’Italia colpita dalla più lunga recessione dal 1970 | Linkiesta.it

La più lunga recessione dal 1970. Ecco quello che sta vivendo l’Italia. La luce in fondo al tunnel si allontana sempre più e per il settimo trimestre consecutivo, quello appena trascorso, il Pil italiano si contrae spostando la possibile ripresa più avanti. Analizzando i dati diramati da Eurostat sembrano lontanissimi i tempi in cui il Tesoro diceva che la ripresa sarebbe arrivata già nel 2013. Se è vero che un solo trimestre non basta a fare un anno, è altrettanto vero che i segnali di vivacità delle attività economiche sono sempre meno.

Le prospettive non sono buone, specie considerando le aspettative. Il 31 luglio scorso l’allora presidente del Consiglio Mario Monti disse che si poteva già vedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Sia per l’Italia sia per l’eurozona. Chiaro il riferimento alla crisi economica che sta devastando l’area euro. Lo stesso mantra è stato ripetuto fino allo sfinimento ancora nei mesi scorsi, ma tutti gli indicatori sembrano affermare il contrario. Dal tasso di disoccupazione al deficit, passando per il debito pubblico, il trend della produzione industriale e l’andamento del Pil, l’impressione è che il fondo non sia ancora stato toccato. Nonostante questo, l’ottimismo di governo e Tesoro non diminuisce.

La realtà è ben differente. Nel primo trimestre dell’anno l’economia italiana è declinata dello 0,5% su base congiunturale e del 2,3% su base tendenziale. Dati che sono migliori del trimestre precedente, in cui l’economia si era contratta dello 0,9% su base trimestrale e del 2,8% su base annuale, ma che testimoniano quanto sia ancora lunga la strada per arrivare a una piena ripresa. Come ha riportato Istat, «Il calo congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi e di un aumento nel settore dell’agricoltura». In altre parole, è il settore industriale quello che sta soffrendo maggiormente, come testimoniato ieri dall’ultimo dato sulla produzione industriale, che nello scorso marzo si è contratto dello 0,8% su base congiunturale e del 5,2% su base tendenziale. A soffrire, nell’ordine, sono tre segmenti: beni strumentali, beni intermedi e beni di consumo. Continua a leggere

Assalto alla Costituzione (Stefano Rodotà)

Alcuni passaggi dell’articolo di Stefano Rodotà apparso oggi su La Repubblica:

” Sono stati descritti, in questi anni, alcuni caratteri che veniva assumendo la società italiana, caratterizzata da una serie di fratture profonde, non riferibili soltanto alla sfiducia crescente verso politica e istituzioni, ma soprattutto alla progressiva lacerazione del tessuto sociale. Ma queste rilevazioni oggettive non sono mai state prese seriamente in considerazione. Poiché l’unica bussola è stata quella dell’economia, e il mercato è vissuto come un’invincibile legge naturale, tutto il resto è stato ritenuto “sacrificabile”.

E infatti la parola “sacrifici” è stata correntemente usata con allarmante leggerezza, senza essere capaci di rendersi conto che così veniva messa a rischio la coesione sociale e s’inoculava il virus della violenza. Quella inammissibile dell’aggressione armata, ma pure quella terribile del “tempo dei suicidi”, accompagnate dall’aumento dei reati documentato da commercianti e imprenditori come effetto del disagio che spinge all’illegalità chi vede in ciò una via obbligata per la sopravvivenza…..

Siamo ormai di fronte ai drammi dell’esistenza, e la capacità di governo dei processi sociali si misurerà proprio in questa dimensione, che non può essere dominata dalla prepotenza dell’economia. Se la politica vuole ritrovare il filo costituzionale perduto, deve pur ricordare che la Costituzione parla di “esistenza libera e dignitosa” collegata alla retribuzione, sì che né il lavoro può essere considerato una merce, né l’azione pubblica può essere pensata solo come rimedio per le situazioni di povertà, pur essendo evidente che interventi in quest’ultima direzione siano urgenti. La discussione generale sul reddito di cittadinanza non può essere elusa in una prospettiva che guarda a un nuovo welfare, così come il mondo del lavoro non può essere lasciato privo di una legge sulla rappresentanza sindacale. Continua a leggere

Le parole dell’economia, nella lingua del pensiero dominante – Eddyburg.it

Parola per parola il vocabolario del nuovo presidente del consiglio, rivelatore dell’ideologia maggioritaria, «chiusa nella religione dominante del denaro» e matrice delle politiche che il governo bipartisan intende promuovere. Franco Arminio “Il manifesto”, 30 aprile 2013

Sul binario morto della crescita, senza mai citare la miseria morale e lo sfaldamento della nostra comunità nazionale

In Parlamento ogni volta che la telecamera inquadrava qualche deputato regolarmente si vedeva che stava guardando il telefonino. Il discorso del resto non sembrava rivolto ai parlamentari in aula. Per fare le cose che Letta ha indicato ci vorrebbe un governo di cento anni. E invece sarà una storia molto più breve. E in questa storia ci sono parole di economia aziendale. Sapevo che non sarebbero arrivate parole a me care. L’Italia è una terra di montagne e paesi. E queste tre parole sono mancate. Niente terra, niente montagne, niente paesi. Non ho sentito nessun riferimento alla crisi ecologica del pianeta, nessun riferimento alla cultura. Mi pare che abbiamo al governo un diligente applicato di segreteria. Il preside è il Cavaliere, è lui che decide cosa fare. Dall’altra parte c’è un partito che deve ancora decidere cosa essere.

Letta è un democristiano del terzo millennio. Il suo pensiero, come quello della maggioranza dei suoi colleghi, è chiuso nella religione dominante del denaro. L’Europa e la crescita sono il suo binario, ma è chiaro che si tratta di un binario morto. Non ha fatto nessun riferimento alla miseria spirituale dilagante, allo sfaldamento della comunità. È la lettura del mondo di un uomo cresciuto nei palazzi del Potere, un uomo che sembra non aver mai camminato su un sentiero di campagna. Una lingua astrattamente concreta, lontana da qualsiasi tensione mitica e mistica. Un uomo senza utopie che parla a una nazione concepita come un insieme di interessi economici. Questo è il danno più grande della politica, ben oltre le note e annose ruberie. Una politica che elenca politiche mai realizzate, che ha una visione piccola della vita. Nell’elenco delle parole lettiane che seguono sono tante quelle che non troverete. Non c’è Dio, non c’è la morte, non c’è la poesia. Non troverete la citazione di uno scrittore, di un’artista, di un filosofo, di un musicista. Come se nel bene e nel male l’Italia fosse solo una questione politica. Insomma, non sanno fare neppure la cornice e pretendono di fare il quadro. Anche se il suo governo riuscisse a farci diventare più ricchi della Germania, io penso che saremmo di fronte a una storia misera e minima. Continua a leggere

L’ANTIBERLUSCONISMO NON È PIÙ SUFFICIENTE Chiara Saraceno . | Triskel182

È davvero colpa dei neo-eletti, per lo più giovani, per lo più scelti tramite primarie, se il Pd, alla prova delle elezioni del presidente della Repubblica, è andato in pezzi? È quanto sembra pensare Rosi Bindi, nel denunciare un eccesso di nuovismo giovanilista promosso da Bersani nel definire le liste elettorali. È una denuncia speculare a quella operata dalla ex dirigenza del partito nei confronti dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, indicati come responsabili della difficoltà a formare una maggioranza di governo dopo la non vittoria elettorale, perché incapaci, prima ancora che ostili, ad assumere responsabilità istituzionali. Non sottovaluto l’impreparazione e anche la semplice ignoranza, né la maleducazione e il cinismo di molti parlamentari vecchi e nuovi e trasversali ai partiti. Ed ha ragione Bindi a dire che per rinnovarsi occorre anche formare una nuova classe dirigente. Mi sembra tuttavia che questo tipo di denunce, e l’analisi che le sottendono, siano l’ennesima dimostrazione di quanto poco il Pd e la sua dirigenza abbiano capito che il problema stava e sta nel partito stesso. Un partito mai nato, come mi sono sentita ripetere più volte a voce, non via Twitter in questi giorni di passione da molti militanti ed elettori incontrati in dibattiti che avevano tutt’altro argomento. Da questo punto di vista, ha più ragione Marini di Bindi: il Pd non è mai riuscito ad andare al di là di un assemblaggio di pezzi di partiti, di potentati diversi. Nonostante la continua evocazione della ricchezza creata dal dialogo tra culture diverse, non c’è mai stata costruzione di una cultura politica comune, su nessuno dei temi importanti. Al contrario, le divisioni e le inconciliabilità sono rimaste le stesse. Anche i nuovi arrivati, complice l’anticostituzionale legge elettorale, sono stati scelti per lo più secondo la logica della spartizione per correnti e per “aree culturali”. Al punto che viene da chiedersi se a tenere insieme i vari pezzi non ci fosse solo l’antiberlusconismo: un collante che trova sempre nuova giustificazione nei comportamenti di chi lo provoca, ma che non è sufficiente a dare identità e motivazione a un partito e ai suoi elettori. La campagna elettorale è stata da questo punto di vista sconfortantemente esemplare: timorosa di parlare agli elettori in campo aperto, per mancanza di un programma chiaro dopo anni di solo antiberlusconismo seguiti da un anno di subalternità al governo Monti di cui non si era stati capaci di correggere le decisioni più nefaste per la tenuta dell’occupazione e dei bilanci famigliari. I famosi “otto punti” sono saltati fuori ad elezioni non vinte, dando l’idea di una pura strumentalità senza convinzione. Bersani ha certo le sue responsabilità. Ma altrettante ne ha l’intera dirigenza: tanto pronti a combattersi e a bloccarsi vicendevolmente quando sono in ballo questioni di poltrone o temi identitari di corrente, pardon culture finanziamenti alla scuola cattolica, fine vita, unioni omosessuali e simili , tanto indifferenti di fronte alla pericolosa deriva di un partito che aveva perso contatto sia con il paese sia con gran parte del suo elettorato. Non c’è da stupirsi che quando il collante antiberlusconiano è stato esplicitamente depotenziato in una ricerca di “ampi consensi” e “larghe intese”, che privilegiavano come partner proprio il “nemico”, la fragile intesa su cui il partito si reggeva è andata in frantumi e ognuno per sé. Non sono neppure riusciti a spiegare perché “non potevano” votare Rodotà, nonostante la sua lunga storia di sinistra e il suo cursus honorum istituzionale. Il fatto è che Rodotà era ed è “divisivo” non solo, come Prodi, rispetto alle larghe intese con il Pdl. È divisivo anche entro il Pd. Perché profondamente laico e perché la sua laicità, come tutta la sua difesa dei diritti, non è solo frutto di un orientamento culturale, ma è radicata nella sua rigorosa interpretazione della Costituzione. Perché, in nome della Costituzione, difende i beni comuni anche in contrasto con le scelte di diverse amministrazioni locali di sinistra. Perché difende le ragioni di chi a Bologna vuole rivedere l’accordo, a suo tempo sostenuto dal governo di Prodi, per cui si finanziano le scuole paritarie di fatto confessionali anche a scapito, oltre che della norma costituzionale, delle risorse disponibili per la scuola pubblica. Il Pd non poteva votarlo, non tanto perché lo aveva candidato prima Grillo, ma perché Rodotà ha una visione della sinistra in radicale antitesi con pezzi importanti del Pd e del suo elettorato, cui si contrappongono altri pezzi altrettanto importanti. Non essere stati capaci di scegliere in questi anni per quale idea di politica di sinistra si doveva lavorare, pur con tutte le mediazioni necessarie, e tanto meno di spiegarla al paese, ha portato il Pd alla resa finale e a rivolgersi di nuovo a Napolitano. Altro che impreparazione e disobbedienza di giovani neofiti preoccupati di perdere amici su Twitter o Facebook. Vecchi e navigati politici distruttivi non trovano altra soluzione che affidarsi di nuovo a chi li aveva tratti d’impaccio un anno e mezzo fa, questa volta d’accordo con l’arcinemico.

L’ANTIBERLUSCONISMO NON È PIÙ SUFFICIENTE Chiara Saraceno . | Triskel182.